CEO di MPOC: Nel panorama delle certificazioni c’è spazio per tutti

Questa settimana si apre a Kuala Lumpur la 13a tavola rotonda annuale sull’olio di palma sostenibile (RSPO, Roundtable on Sustainable Palm Oil). Gli ultimi 12 mesi sono stati straordinari per la certificazione dell’olio di palma.

All’inizio dell’anno è stato lanciato lo standard di certificazione sostenibile malese (MSPO – Malaysian Sustainable Palm Oil).

Greenpeace e altri membri che aderiscono alla metodologia High Carbon Stock Approach (HCSA) hanno pubblicato il loro toolkit. È stata completata la bozza dello studio sugli stock intensivi di carbonio del manifesto per la sostenibilità dell’olio di palma (SPOM).

In questo scenario, l’RSPO ha mantenuto il suo primato di sistema di certificazione dell’olio di palma più diffuso al mondo. L’RSPO tuttavia non è perfetto; un sistema di certificazione o uno standard dovrebbe essere un compromesso, per poter diventare un sistema di riferimento ampiamente utilizzato.

Ma ci sono tre aspetti interessanti riguardo al dibattito in corso sulla certificazione che raramente vengono discussi.

Il primo è l’acquisto di olio di palma certificato e sostenibile (CSPO).

Come ha recentemente sottolineato il mio collega Carl Bek-Nielsen sui media malesi, la quantità di CSPO acquistata sul mercato è stata molto bassa.

Circa il 20% dell’olio di palma ha ora una sostenibilità certificata. Tuttavia, solo la metà viene acquistata come olio di palma certificato e sostenibile (CSPO), con aumenti del prezzo di mercato minimi o trascurabili.

Una cosa da precisare sul CSPO è che in definitiva certifica un processo, non una caratteristica. Si tratta di una garanzia del fatto che sono stati soddisfatti determinati criteri basati sui processi. Questi criteri non influiscono sulle prestazioni del prodotto per quanto riguarda il suo utilizzo finale.

Non vi è alcun incentivo per chi acquista olio di palma certificato e sostenibile in base alle performance; l’incentivo dovrebbe essere rappresentato dalla garanzia che i processi e la gestione ambientale sono migliori. Ma, a quanto pare, questo incentivo non è considerato sufficiente; l’esigenza di garanzia da parte dell’acquirente è presente solo nel 10% del mercato.

Che cosa significa tutto ciò?

Questo porta alla mia seconda considerazione, che riguarda i diversi livelli o tipi di certificazione esistenti.

Si può affermare che sul mercato globale dell’olio di palma c’è abbastanza spazio per diversi livelli di certificazione.

Esistono fondamentalmente tre classi di certificazione: gli standard di certificazione promossi dal governo, quelli di consenso privato e quelli appoggiati dalle NGO verdi.

Alla prima categoria appartiene lo standard MSPO, così come l’ISPO (Indonesian Sustainable Palm Oil), sostenuto dal governo indonesiano, e una altra serie di standard tra cui uno in Thailandia e uno a livello ASEAN.

La seconda categoria contiene la norma RSPO.

La terza categoria più che una norma è una volontà da parte di gruppi di determinate aziende che descrive il loro approccio all’olio di palma.

Nessuno di questi tipi di certificazione ha una particolare presa su mercati specifici. Come detto in precedenza, se la domanda di olio sostenibile e certificato fosse elevata, l’acquisto sarebbe pari al 100%, e le aziende si impegnerebbero per aumentare la produzione certificata.

E allora, cosa è probabile che accada?

L’RSPO continuerà così com’è. La domanda cambierà a seconda delle preferenze del mercato. La straordinaria crescita della domanda – il risultato più immediato – cui abbiamo assistito negli ultimi anni probabilmente si arresterà.

I programmi sostenuti dai governi aumenteranno l’offerta di CSPO sul mercato. Questo significa che aumenterà l’acquisto dell’olio di palma certificato e sostenibile, non tanto a seguito delle preferenze della domanda, quanto grazie ai cambiamenti nel processo di produzione.

Aumenterà anche la produzione approvata dalle ONG, ma ci saranno limiti ai risultati che potranno essere raggiunti. I criteri approvati dalle ONG – tracciabilità, deforestazione zero, ecc. – sono applicabili solo da parte dei grandi i produttori integrati verticalmente. I grandi acquirenti che hanno rapporti continuativi con queste aziende sono quindi in grado di applicare i criteri conformi a queste strategie di approvvigionamento.

Il resto del mercato – comprese le piccole e medie imprese – rimarrà escluso dagli standard di RSPO e delle ONG. Questo non tanto per la riluttanza a migliorare la gestione ambientale per raggiungere i livelli richiesti, ma semplicemente perché non esiste una domanda di mercato rispetto a questi miglioramenti (al di fuori delle aziende più grandi).

Che cosa indica in senso più ampio questa situazione in termini di certificazione?

Ci dimostra che sul mercato c’è posto per tutti e tre i livelli di certificazione.

Prima ho affermato che esiste un utile parallelo tra i mercati del legno, della cellulosa e della carta. Esiste una serie di standard per la gestione sostenibile delle foreste, tra cui quelli governativi e quelli sostenuti dal settore, gli standard di consenso privato e quelli appoggiati dalle ONG.

Circa il 30% della produzione di legname grezzo a livello globale è certificata secondo gli standard governativi e industriali o le norme private. La maggior parte rientra nella categoria precedente. Ma la grande maggioranza del legname non ha alcuna certificazione.

Ancora una volta, questo dimostra che sul mercato c’è spazio per la produzione secondo standard differenti.

Alcuni commentatori hanno paventato il ‘pericolo’ di un mercato dell’olio di palma sempre più frammentato tra olio di palma certificato e non certificato. Ma il pericolo non sussiste, è semplicemente una realtà dei mercati, dove esiste già la frammentazione fra prodotti alimentari biologici o non biologici, carta riciclata o non riciclata, prodotti realizzati rispettando gli standard che riguardano il benessere degli animali, ecc.

Queste differenziazioni di prodotto coesistono, e le tecniche di produzione più costose si riflettono sui prezzi, almeno in alcune categorie di prodotti.

Non vi è motivo di pensare che i mercati globali dell’olio di palma siano diversi – la conclusione è che sul mercato possono coesistere tutte le forme di prodotti con olio di palma certificato, qualunque sia lo standard di certificazione, così come i prodotti non certificati. Questo, sicuramente, sarà lo scenario futuro della certificazione dell’olio di palma.

Yusof Basiron, CEO di MPOC